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24 GIUGNO 2025
Ultimo aggiornamento: 11:39
La notizia mi ha colpito in pieno volto. Un messaggio, due telefonate: Douglas Dall’Asta si è tolto la vita. L’avevo conosciuto di persona a Roma, durante la presentazione del libro scritto insieme alla giornalista Valentina Reggiani, Figlio di Nessuno, ove si narrava la sua non facile vicenda. Fu dopo la cerimonia, davanti a un caffè preso nei pressi della Galleria Alberto Sordi, che ebbi modo di intravedere i solchi dolorosi della sua breve esistenza, di intuirne la fragilità.
Seduti davanti alla tazzina ascoltavo la scansione spaventosa della sua breve vita: abbandonato in un orfanotrofio brasiliano a tre anni, adottato da una famiglia italiana a otto, e dopo appena quattro giorni, riconsegnato. Mentre mi parlava del suo cane, dei progetti, dei sogni, della sua ironia gentile sulla mia piccola città, narrava il lento scivolare verso la marginalità: la strada, la droga, l’erranza. Finché non trovò il coraggio di riscrivere la sua storia, affidando alle parole il tentativo disperato di trovare un posto nel mondo. Scrittura che non ha potuto cancellare la cicatrice originaria dell’abbandono, la ripetizione del trauma.






