«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l’arte deve posizionarsi sopra l’abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.

Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c’era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d’origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall’ostilità del padre, aveva infatti avuto l’impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.

Così si assottigliava anche il tempo della pace. L’avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci - i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista - senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima. Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent’anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? (...) Cioè, al di là dell’idealizzazione o del disprezzo, com’era davvero?».