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Ultimo aggiornamento: 6:36

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La Maquette del Cairo, di Tareq Imam (traduzione di Barbara Benini; emuse) è un labirinto di specchi dove la realtà e la sua copia si rincorrono fino a confondersi. Siamo nel 2045: un gruppo di artisti riceve l’incarico di costruire un modellino in scala perfetta della metropoli com’era un quarto di secolo prima. Ma il Cairo non è una città che si lascia addomesticare; è una matrioska di falsità e splendore, ricostruita da un pugno di fuggiaschi e orfani che non troveranno mai posto nelle roccaforti del potere. Attraverso le vite di Origa, il designer meticoloso, Nud, la regista che non può guardarsi allo specchio senza vedervi un altro volto, e Biliardo, il graffitista che ritrova per strada il proprio occhio perduto, Imam orchestra un’opera monumentale e vertiginosa. Iniziato durante i giorni della rivoluzione del 2011, il romanzo è stato riscritto decine di volte, seguendo il ritmo di una realtà che si rifiuta di tracciare una linea conclusiva. Imam interroga il destino delle città e il potere della narrazione, chiedendosi se un luogo immaginario possa arrivare a cancellare quello reale. Utilizzando il futuro come punto di osservazione privilegiato, l’autore seziona le illusioni perdute di una generazione, trasformando l’arte nell’unico strumento capace di mappare il caos. Un’architettura narrativa feroce che ci avverte: a forza di ricostruire il passato per scappare dal presente, rischiamo di ritrovarci tutti prigionieri di un plastico senza via d’uscita.