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Ultimo aggiornamento: 18:53

“Ogni volta, prima di cominciare a scuoiarla, rimanevo fermo a una certa distanza, esitante, e fissavo il cadavere da lontano. Ci voleva sempre più tempo del dovuto prima che trovassi il coraggio di avvicinarmi, girarle attorno e accovacciarmi accanto. E alla fine, dopo una lunga esitazione, le aprivo la bocca, le osservavo con attenzione i denti, perfino la lingua, rossa e incredibilmente ruvida.”

Una storia vecchia come la pioggia, di Saneh Sangsuk (traduzione di Alice Cola; Utopia Editore), è un romanzo ambientato in un remoto villaggio della Thailandia, ai margini della giungla, minacciato dalle inondazioni e dall’avanzare inesorabile del progresso. Quando scende la sera, il reverendo padre Tien raduna i bambini – gli unici ancora capaci di credere nella magia – per raccontare la sua giovinezza. Le sue storie non sono semplici favole; sono un lungo e vivido flashback che ci trasporta in un’epoca in cui la giungla era maestosa e irta di pericoli mortali, popolata da elefanti, tigri e coccodrilli.

Il romanzo può essere visto come una celebrazione della tradizione orale del racconto, dove la scrittura imita il parlare senza soste e la sonorità della comunicazione verbale. Il cuore pulsante de Una storia vecchia come la pioggia non è però solo la nostalgia, ma il conflitto ancestrale tra l’uomo e la natura, dove anche la foresta diviene personaggio, simbolo di una memoria collettiva che cerca, ostinatamente, di sopravvivere.