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Ultimo aggiornamento: 6:14

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Vladimir, di Leticia Martin (traduzione di Claudia Putzu; Mar dei Sargassi Edizioni) è una discesa senza ossigeno nelle viscere di una colpa che la morale non può digerire. Guinea, quarantacinquenne che ha barattato la cattedra di letteratura all’Università di Ramsdale per una passione proibita con uno studente, fugge dallo scandalo per finire dentro un incubo più grande. Atterra in una Buenos Aires spettrale, paralizzata da un blackout che ha cancellato tecnologia e civiltà, trasformando la capitale in una giungla di ombre. In questo scenario apocalittico, viene accolta da Rostov e dal figlio adolescente, Vladimir, in una casa che diventa un laboratorio di tensioni fisiche e psicologiche. Leticia Martin costruisce un thriller emozionale e materico dove i riferimenti letterari – dall’ovvio Nabokov alle atmosfere feroci de La lezione di Alissa Nutting – non sono semplici decorazioni, ma carne viva. Tra pareti che trasudano ostilità e una complicità disturbante, la protagonista affronta uno spietato conflitto interiore mentre fuori il mondo, ridotto alla fame, ringhia e si sgretola. Un’opera nera che ci ricorda come, una volta spenta la luce della civiltà, l’unica bussola a non perdere il nord sia quella, ferocissima, dell’istinto.