La sceneggiatura di un film in cui si narrano origini e ambizioni di Putin e del suo “cerchio magico”. E un libro in cui fa i conti con le radici di famiglia, un nonno arruolato nell’esercito nazista e quella promessa non mantenuta. “Il carattere russo è una mescolanza di sentimentalismo e brutalità”, sostiene Emmanuel Carrère. “Spero davvero di non averlo ereditato”
di Antonella Matranga
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Il tema è l’ascesa al potere di Putin e del suo “cerchio magico”. Siamo in Russia, all’alba dei Novanta. La federazione-sigla più famosa della storia, la celebre URSS, è collassata. Nel caos di un conglomerato sovietico che cerca di ricostruirsi, magari con nuovi satrapi, Vadim Baranov è un giovane brillante che cerca la propria strada. Prima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex-agente del Kgb in carriera: il futuro zar Vladimir. Nel cuore del sistema, Baranov contribuisce a plasmare la nuova Russia confondendo i confini tra verità e menzogna, credenze e manipolazione. “È la prima collaborazione alla scrittura della mia vita e su un testo non mio”, dice Emmanuel Carrère quando lo incontriamo al festival France Odeon di Firenze. “Poteva accadere solo con Olivier, siamo amici da quando eravamo due giovani critici cinematografici. Con lui è stato facile lavorare: è un uomo socievole, al contrario di me che ho un umore da montagne russe”. L’Olivier di cui parla è Assayas, regista de Il mago del Cremlino (nelle sale dal 12 febbraio). Il film è tratto dal romanzo omonimo di Giuliano da Empoli e vede in scena Paul Dano (Baranov) e Jude Law (Putin). Carrère ha lavorato alla sceneggiatura, dettando in qualche modo il tono della pellicola. Ci sono il suo Limonov, uno dei romanzi più di successo dello scrittore. Ci sono le origini di famiglia, lui figlio di Hélène Carrère d’Encausse, nata Zourabichvili, storica e membro dell’Académie française esperta di storia sovietica. C’è, eccome, anche il suo pensiero sulla Russia di oggi.






