Calcola la banca d’affari americana Morgan Stanley che nel 2050 il numero di robot umanoidi potrebbe raggiungere il miliardo di unità. Di questi, sempre entro 25 anni, la Cina ne avrà in uso 302,3 milioni di unità, gli Stati Uniti solo 77,7 milioni. Se l’innovazione tecnologica, l’intelligenza artificiale e l’automazione sono uno dei temi più caldi al centro dei colloqui tra il presidente americano Donald Trump e quello cinese Xi Jinping, questi numeri danno la misura della partita e delle forze in campo.
Sul palco per la celebrazione dell’ultimo Capodanno cinese, Pechino ha mandato in mondovisione robot che hanno eseguito coreografie sincronizzate. Quasi ogni settimana i media cinesi riportano notizie sui passi avanti nella robotica umanoide: l’ultimo è stato l’atleta robot che ha corso la mezza maratona in 50 minuti e 26 secondi, sette minuti in meno del record mondiale maschile.
Nella corsa allo sviluppo del mercato degli umanoidi, la Cina è avanti. Una delle ragioni risiede nel fatto che Pechino sta potenziando le proprie capacità lungo tutta la catena di fornitura della robotica, a differenza di Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone o la Corea del Sud che spesso dipendono da componenti e materie prime cinesi. Dalle viti ai riduttori, dai motori alle batterie, esistono poche alternative di produzione statunitense. Quasi tutti gli sviluppatori di robot al mondo necessitano ancora di componenti critici provenienti dalla Cina e da altre parti dell’Asia. «Negli Usa - scrive Sheng Zhong, responsabile della ricerca industriale di Morgan Stanley - sono presenti alcuni attori di primo piano nella progettazione e nello sviluppo di umanoidi, ma la Cina potrebbe recuperare terreno quando gli umanoidi raggiungeranno la produzione di massa, grazie alla sua solida catena di approvvigionamento autosufficiente».













