La Cina non può più essere fermata, al massimo va compreso come può funzionare la convivenza tra due sistemi radicalmente diversi. La conclusione di Sebastian Mallaby, autore di The Infinity Machine ed esperto britannico di innovazione tecnologica, fotografa una realtà ormai non più irreversibile: gli Stati Uniti hanno fallito il tentativo di contenimento dell'ascesa di Pechino nell'intelligenza artificiale. La competizione tra le due potenze non può più essere letta nei termini semplicistici di una corsa tecnologica lineare, dove vince chi arriva per primo a sviluppare il modello più avanzato.
Secondo Mallaby e altri analisti, l'errore strategico dell'America è stato quello di costruire la propria politica sull’idea che fosse possibile fermare la Cina attraverso il controllo dei microchip. Questa visione presupponeva un mondo in cui il potere tecnologico è concentrato e facilmente interdittivo: blocchi fisici, supply chain controllabili, dipendenza da know-how occidentale. Gli Stati Uniti hanno trattato l’intelligenza artificiale come se fosse un’arma strategica simile al nucleare, da contenere attraverso il controllo delle materie prime critiche. Ma il mondo dell’intelligenza artificiale è intrinsecamente più fluido. La capacità cinese di aggirare i controlli e costruire alternative autoctone ai dispositivi occidentali ha ripetutamente dimostrato che l’innovazione non è più confinata in un singolo nodo della catena tecnologica, ma è distribuita e adattiva.






