Mani, manine, manone. Così, ripetuto tre volte come un mantra da fabbrica intelligente o come l’incantesimo di un mago che non sa più distinguere tra carne e silicio, suona infinitamente più suggestivo che dire “una startup cinese ha triplicato il valore delle sue mani robotiche”. E infatti Linkerbot, l’unicorno di Pechino che domina l’80 per cento del mercato mondiale delle mani umanoidi ad alta destrezza, ha appena chiuso una serie B+ da tre miliardi di dollari e punta dritto a sei. Sei miliardi. Per un pugno di dita di plastica e motori che sanno infilare un ago, girare una vite e – giurano – massaggiare la schiena di un operaio stanco o suonare il pianoforte senza sbagliare una nota.
Il mondo dell’auto ora – si sa – scommette sulla robotica. Ma il ragazzo-prodotto si chiama Alex Zhou, ha due anni di azienda alle spalle e un’infanzia passata a sognare Doraemon, il gatto robot giapponese con tasche infinite. Ora, invece di gadget magici, produce mani. Mani che pesano 370 grammi e sollevano 50 chili. Mani che non si stancano, non sudano, non tremano. Mani che, dice lui con la pacatezza di chi ha già calcolato tutto, “replicano l’intera biblioteca delle abilità umane”.
Si chiama LinkerSkillNet: cinquecento gesti già catalogati, standardizzati, pronti all’uso. “Thread a needle. Grasp soft objects. High-precision manufacturing”. Roba che un tempo richiedeva apprendistato, calli, pazienza. Roba che ora si scarica come un’app.







