Nell’aprile 2025 Donald Trump impose dazi al 145% sulle importazioni cinesi. La Cina rispose bloccando le esportazioni di terre rare. Le borse traballarono, le catene di fornitura si incepparono e l’amministrazione statunitense cambiò direzione. La crisi insegna ciò che nessun documento diplomatico ammette: Washington e Pechino possono farsi del male, ma non possono separarsi senza un costo superiore a qualsiasi guadagno tattico. Per questo Trump e Xi Jinping si vedranno domani a Pechino, il 137esimo incontro tra i leader di Usa e Cina da quando Nixon strinse la mano a Mao nel 1972.

L’anno scorso Pechino ha accumulato 1,2 trilioni di dollari di surplus commerciale, il più alto della storia; Washington ha stanziato 1,5 trilioni per la difesa nel 2027, il budget più elevato dalla Seconda guerra mondiale. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che un «disaccoppiamento generalizzato» sarebbe «impossibile»: i tentativi degli ultimi anni non hanno diviso i Paesi, li hanno costretti a fare affari attraverso intermediari come Vietnam e Messico, moltiplicando i costi senza eliminare la dipendenza. Il commercio si è mimetizzato, non dissolto. La Cina, inoltre, detiene ancora centinaia di miliardi di Treasury americani e il renminbi non è pronto a sostituire il dollaro: il vincolo finanziario è ben più difficile da spezzare rispetto a dazi e terre rare.