Qualunque sia il tempo ancora da vivere di questa crisi, la vera sorpresa arriva dalla Cina, al centro dell’attenzione per l’incontro di giovedì e venerdì prossimo tra Donald Trump e Xi Jinping. Mentre gli Stati Uniti si affrettano ad affermare il loro potere di produttori ed esportatori netti di petrolio davanti all’Arabia Saudita - e Trump esclude di dover tagliare le esportazioni per non esaurire le riserve di casa - la Cina dimostra tutto il suo potere di indipendenza energetica. Oltre che la capacità di adattamento, di riequilibrare in un attimo, poco più di due mesi, il mercato mondiale nel pieno della crisi più profonda di sempre, nella definizione dell’Iea. Ad oggi i numeri di Vortexa, società di intelligene sille materie prime, dicono che Pechino ha ridotto di quasi un terzo (-30%) le importazioni di petrolio rispetto al periodo pre-guerra (solo 8,2 milioni di barili al giorno contro gli 11,7 milioni del livello pre-bellico).

Un gap pari al consumo del Giappone, fa notare Bloomberg, e il doppio di quanto passa dal gasdotto degli Emirati che bypassa Hormuz. C’è dunque più petrolio per il resto del mondo. E forse anche per questo i prezzi del Brent sono a quota 101 dollari dopo 70 giorni di guerra. I cinesi stanno perfino rispedendo altrove alcuni carichi arrivati in Cina, affidandoli a competitors in Europa o in Asia. E ancora: proprio per via del taglio secco nella fame dall’estero di petrolio da parte del Dragone si è anche praticamente azzerato il premio del petrolio “fisico” rispetto a quello “di carta”. Se a inizio aprile il costo di acquisto del petrolio in China era circa 30 dollari superiore a al costo indicato dalle quotazioni sul mercati internazionali, questo spread si ridotto alla normalità, a circa un dollaro al barile. Mentre altrove in Asia e in medio Oriente si viaggia ancora su spread da alta tensione. La Cina ha guadagnato questo traguardo silenziosamente e in tempi davvero da record. Lo ha fatto, apparentemente, senza misure drastiche di taglio dei consumi imposte alla popolazione. Al massimo c’è stato un adattamento naturale con più utilizzo dell’elettrificazione, indotta anche dall’aumento dei prezzi. Allora forse Pechino ha potuto tagliare le importazioni attingendo alle ricche riserve accumulate prima della guerra? La risposta non è neanche qui, a guardare i numeri. Quegli 1,4 miliardi di barili di scorte non sono scesi. Anzi: le scorte commerciali sono aumentate.