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Luca Pernice

Spuntano dimostrazioni di solidarietà per i minorenni fermati dalla polizia per l'omicidio del 35enne maliano, che secondo gli investigatori è stata una vera e propria «caccia al nero»

«Sei mio fratello e lo sarai per sempre, nel bene e nel male». E ancora: «Sang mij», «Cori mij», «Vita mia sempre con te». Sui profili social di alcuni dei ragazzi coinvolti nell’omicidio del bracciante maliano di 35 anni, Bakari Sako, compaiono decine di messaggi di sostegno, cuori e promesse di fedeltà assoluta. Commenti che, accanto allo sconcerto per una morte brutale, restituiscono anche il ritratto inquietante di una parte del mondo giovanile cresciuta tra culto del branco, linguaggi di strada e ricerca di appartenenza a ogni costo.

A Taranto, dopo il fermo di cinque giovani – quattro minorenni tra i 15 e i 16 anni e un ventenne – accusati dell’assassinio di Bakari Sako, il dibattito si sposta anche sul clima che emerge dai social network. Nessun riferimento esplicito ai nomi degli indagati, ma i messaggi pubblicati online appaiono inequivocabili. «Presto libertà fratelli miei», scrive qualcuno accanto alla foto di quattro ragazzi con i volti oscurati. E c’è chi rilancia frasi che parlano di strada, carcere e sopravvivenza: «Siamo cresciuti nel buio, il carcere non ci dividerà». Sotto la firma «Taranto Vecchia».