Bakari Sako, 35 anni, originario del Mali, è stato ammazzato sabato alle 5.40 del mattino a Taranto, da un maggiorenne e quattro minori italiani. Tutti tarantini. Lunedì sera le indagini, coordinate dal pubblico ministero Paola Francesca Ranieri e condotte dalla squadra mobile guidata dal vice Questore Antonio Serpico, avrebbero consentito la loro identificazione. I fermi sono stati autorizzati in collaborazione con la procura dei minori guidata dalla dottoressa Daniela Putignano. Il movente? “Futili motivi”, una banale lite al bancone del bar. Finisce così, dopo 72 ore, la fuga dei presunti assassini. Ma diciamolo chiaramente. L’uccisione di Bakari non ha fatto granché rumore. Non ha scatenato le reazioni delle istituzioni nazionali. Anzi, è passata in silenzio. Forse perché non è la storia di uno straniero che toglie la vita ad un italiano. Bakari Sako viveva e lavorava regolarmente a Taranto dal 2022. Non vedrà suo figlio nascere, tornerà in Mali da sua moglie in una bara chiusa. I fatti. All’alba di sabato 9 maggio, Bakari stava andando al lavoro. Faceva il bracciante a Massafra. In bicicletta raggiungeva la stazione da casa sua; lì prendeva il treno e spariva nei campi. La sera, al ritorno, lo stesso tragitto: treno, bicicletta, casa. È stato ucciso con tre fendenti al petto, sferrati con violenza con un’arma da taglio: un coltello, un oggetto appuntito, forse un cacciavite. I colpi fatali, riferiscono gli investigatori, sarebbero stati sferrati da un quindicenne. Bakari si è accasciato sull’asfalto di piazza Fontana, nella città vecchia, a due passi dal ponte Sant’Egidio, il Ponte di Pietra come lo chiamano i tarantini. Chissà se ha fatto in tempo a chiedere aiuto, chissà se ha cercato di scappare. È morto quasi subito, mentre i suoi aggressori si allontanavano velocemente, scomparendo nei vicoli stretti. «Per oltre 24 ore, a livello locale, la notizia è stata: “straniero accoltellato”. E sui social è dilagato l’odio: straniero è uguale a spacciatore. Non c’è da stupirsi. Viviamo nell’epoca della demonizzazione e della disumanizzazione del migrante, per colpa di un quadro legislativo sempre più vessatorio, che costringe inevitabilmente i cittadini di origine straniera - anche quelli regolari - a vivere ai margini. È una spirale che ci sta trascinando verso il basso». Enzo Pilò è il rappresentante legale di Babele, associazione di promozione sociale e tutela per richiedenti e titolari di protezione internazionale e/o umanitaria che opera tra Taranto e provincia. Il giorno dopo l’assassinio di Bakari, Babele pubblica un post su Facebook e, di colpo, la vittima non è più soltanto “uno straniero”, ma «un giovane lavoratore ucciso», un uomo con «un nome e un cognome, incensurato, irreprensibile, che pagava tasse e affitto e manteneva la sua famiglia». È la prima presa di posizione forte della società civile. Dopo arriva anche la nota istituzionale di Gianni Liviano, presidente del Consiglio comunale: «ferma condanna», «vicinanza alla comunità maliana residente», «rifiuto di ogni giustificazione sociale della violenza». Il sindaco di Taranto, Pietro Bitetti, non parla. Interviene su Facebook il sindaco di Pulsano, Pietro D’Alfonso: «Bakari uomo onesto brutalmente ucciso». Soleyman, il fratello di Bakari, oggi residente in Spagna, trova la forza di scrivere poche parole sui social, domenica 10 maggio: «Avete ucciso mio fratello maggiore. Una persona silenziosa. La persona più importante della mia vita. Avete ucciso un padre, un marito, il figlio di qualcuno. Mi avete fatto qualcosa che non potrò mai dimenticare». Poi prende un aereo e vola a Taranto per riconoscere il corpo del fratello. Caterina Contegiacomo è “una di famiglia” per Soleyman e Bakari. Oggi volontaria di Mediterranea Saving Humans, è stata lei a dare ai parenti di Bakari la notizia dell’omicidio. «Soleyman è stato il primo ad arrivare in Italia, il 9 giugno 2014. Io c’ero. Al porto ci mandò il parroco: “Correte a vedere se qualcuno ha bisogno di aiuto”. Ero una delle poche persone che parlava francese; lui era francofono, essendo del Mali». È così che nasce anche un’amicizia. «Soleyman, il fratello minore, aveva 16 anni quando è arrivato. È finito così in un centro per minori stranieri non accompagnati». Una volta maggiorenne, inizia a fare la spola tra la Spagna e l’Italia, seguendo il lavoro. «Bakari invece sbarca in Italia nel 2017. Dopo un po’ si trasferisce a Torino, dove fa il cameriere. Entrambi ce la fanno: si inseriscono, ottengono un regolare permesso di soggiorno». Nel 2022 si ritrovano insieme a Taranto. Condividono affitto e spese. Poi Soleyman torna in Spagna, sempre per lavoro. Bakari, invece, resta, un lavoro ce l’aveva, anche i documenti. Ad ottobre 2025, torna in Mali: la moglie è incinta. «Quando rientra, a gennaio, mi aveva chiamato per un aiuto a cercare lavoro. Sapeva fare il cameriere, ma nel frattempo aveva iniziato anche a lavorare come bracciante». Caterina racconta mentre è in macchina con Soleyman, appena atterrato. Dalla Francia, invece, è arrivato a Taranto anche lo zio. «Scusami, li sto accompagnando in caserma a chiedere informazioni. Ti chiamo dopo». Poco dopo, in serata, la notizia degli arresti. Figli, minorenni, che sabato all’alba hanno spezzato una vita. Forse senza motivo. Giovedì alle 17,30 Libera, Babele, Mediterranea e la comunità africana chiamano a raccolta tutta la città proprio a piazza Fontana, dove Bakari è stato ucciso.
Bakari, il bracciante ucciso dal branco per “futili motivi”. I colpi fatali sferrati da un 15enne
Cinque arresti a Taranto, quattro di loro sono minorenni











