L'uomo è stato colpite a morte nel centro storico di Taranto da un branco di giovanissimi, ora fermati. La procuratrice Pontassuglia: «Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti»
Bakari Sako, l’immigrato regolare ucciso da un gruppo di giovanissimi a Taranto lo scorso sabato aveva provato a rifugiarsi in un bar durante l’aggressione, ma sarebbe stato cacciato. A riferire del dettaglio è la procuratrice tarantina, Eugenia Pontassuglia. «Non ci sono decreti sicurezza che tengano – ha riferito in alcune parole raccolte dal Corriere della Sera – non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti».
Bakari lasciato solo
Bakari alle cinque del mattino percorreva la città in bicicletta per andare a lavorare e garantire sostegno economico alla propria famiglia. Il branco per gli inquirenti lo avrebbe scelto perché più fragile, più esposto, meno difeso. Il bersaglio diventa così «la persona vulnerabile», «la persona indifesa», fino a coincidere, nel caso specifico, con «la persona di colore». Secondo quanto riferito dalla procuratrice, l’uomo, invece di ricevere protezione, sarebbe stato allontanato dal proprietario senza che venissero chiamate le forze dell’ordine.










