Test e ricerche dimostrano che una perdita cognitiva è già in corso. Colpa di algoritmi, Ai e short-video. Ma anche di una società che ha indebolito il “fattore G”: l’intelligenza generale. Un processo irreversibile? La scienza indaga. Scoprendo che...

di Giuliano Aluffi

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Il cervello umano è progettato per risparmiare energia, dicono i neuroscienziati. Il problema è che ultimamente sembra aver preso questa missione molto sul serio. Lo suggeriscono nuovi studi che si chiedono se stiamo davvero diventando meno intelligenti, a partire da un dato: dall’inizio degli anni Duemila, in molti Paesi sviluppati, i valori medi nei test sul Qi hanno iniziato a calare dopo circa 70 anni di continua ascesa. Non ovunque allo stesso modo, non con la stessa intensità, ma abbastanza da far pensare che non sia un’anomalia statistica. A rendere ancora più chiaro il quadro sono indizi macroscopici, come la recentissima proposta della Commissione del Ministero dell’Istruzione di spostare lo studio dei Promessi sposi dal secondo al quarto anno del liceo, sostituendo nel biennio il capolavoro del Manzoni con opere più accessibili.

Ma che cosa sta succedendo ai nostri cervelli? Un termine che sentiamo sempre più spesso è TikTok brain: indica gli effetti della prolungata esposizione a video brevi. Una recente meta-analisi dell’American psychological association, che analizza 71 ricerche per un totale di 100mila soggetti, mostra infatti che più si consumano short-video più calano attenzione, autocontrollo e memoria, e quindi la capacità di concentrarsi a lungo. Così attività “lente” come leggere e studiare diventano più difficili. Ma c’è anche chi punta il dito, più che sulla tecnologia, sull’organizzazione della società: “Non stiamo diventando meno intelligenti, ma l’intelletto sta cambiando forma: siamo più specializzati e meno generalisti. In passato gli studenti bravi in una materia tendevano a esserlo anche nelle altre, oggi invece le abilità sembrano meno collegate tra loro, anche perché la società e il mondo del lavoro richiedono competenze più specifiche. Ed è per questo che sta diventando meno forte il cosiddetto “fattore G”, ovvero l’intelligenza generale”, spiega Sandra Oberleiter, ricercatrice in psicologia cognitiva dell’Università di Vienna. “Immaginiamo un decatleta: se inizia a concentrare i suoi allenamenti soprattutto sul salto in lungo, dopo un anno sarà migliorato nei salti ma sarà peggiorato in tutto il resto”.