Invecchiare bene non significa soltanto vivere più a lungo, ma riuscire a conservare autonomia, relazioni, lucidità e qualità della vita. Sempre più studi dimostrano che il destino del cervello non dipende solo dalla genetica o dall’età anagrafica: il modo in cui viviamo, lavoriamo, ci relazioniamo e partecipiamo alla società ha un impatto decisivo sulla salute cognitiva. È da questa consapevolezza che parte la riflessione della neurologa Matilde Leonardi, tra le massime esperte internazionali di salute pubblica e qualità della vita, che al Vatican Longevity Summit porterà una visione della longevità profondamente umana, sociale ed etica.
Secondo la professoressa Matilde Leonardi, neurologa tra le principali esperte internazionali di salute pubblica e qualità della vita, uno dei grandi errori nel dibattito contemporaneo sulla longevità è pensare che il cervello invecchi in modo isolato, indipendentemente dalla vita che conduciamo. Al contrario, coltivare le relazioni sociali, il livello di istruzione, l’accesso alle cure, la qualità dell’ambiente sociale, le condizioni economiche e la partecipazione alla vita collettiva influenzano direttamente il modo in cui il cervello invecchia. “La vera sfida è estendere il tempo vissuto in buona salute”, osserva Leonardi. Memoria, identità personale, capacità di scegliere, emozioni: tutto passa attraverso il cervello. E proprio per questo, secondo Leonardi, parlare di healthy aging significa innanzitutto interrogarsi su come preservare la qualità della vita lungo tutto l’arco dell’esistenza. “Il cervello è il centro dell’autonomia, delle relazioni e dell’identità: proteggerlo significa proteggere la persona”. In questa prospettiva, il tema della longevità esce dai laboratori scientifici e diventa anche una questione sociale, culturale ed etica: vivere più a lungo non basta, se gli anni guadagnati coincidono con perdita di autonomia, fragilità o isolamento.









