Un gruppo di esseri umani. Uno spazio ristretto. Una minaccia. Sono l’innesco, come si dice in linguaggio tecnico, della trama di un horror psicologico. Così come nei delitti della camera chiusa (nel caso del genere giallo), a far nascere e a tenere alta la tensione è uno dei motori primi dell’animo umano: il sospetto. Una reazione atavica, stimolata da una delle aree più antiche del nostro cervello, l’amigdala. Così scorre l’adrenalina, l’ormone della paura e dell’istinto di sopravvivenza. Se poi la minaccia è in un contesto isolato, come una capanna nei boschi o un’imbarcazione a metà dell’oceano, gli ingredienti sono quelli di una tragedia. «Mi chiamo Arthur Gordon Pym», esordisce il protagonista dell’omonimo romanzo di Edgar Allan Poe, l’unico di questo disturbante maestro della psiche. Quali dinamiche si possono scatenare quando ognuno è un potenziale pericolo per l’altro?

La letteratura ce lo illustra diffusamente. Tutta l’arte, per la verità, a partire da La zattera della Medusa di Théodore Géricault, quel livido groviglio di carni alla deriva. Lo spettatore proietta i propri terrori primordiali sullo schermo di una tragedia altrui, vera o potenziale. Scatta un meccanismo d’identificazione e il faro dell’attenzione generale si punta su quel veicolo galleggiante, nel nostro caso la nave da crociera MV Hondius, portatrice del virus delle Ande, sei casi confermati, tre morti, in una lotteria di 150 passeggeri. In una drammatizzazione della vicenda si terrebbe conto della psicologia dei personaggi, ce ne sarebbero di buoni e di cattivi, di pavidi e di solidali, perché l’arte riproduce, con i suoi canoni, la realtà, e noi possiamo immaginare che a bordo della nave olandese ci sia un po’ di tutto; aggiungendo poi le differenze linguistiche, culturali, etniche.