L’ipotesi di una trasmissione respiratoria da uomo a uomo dell’hantavirus torna al centro dell’attenzione scientifica dopo il focolaio registrato a bordo della nave da crociera mv Hondius. Sebbene il rischio per la popolazione europea resti “molto basso”, secondo il Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc), il caso sta riaccendendo il dibattito internazionale sulle caratteristiche epidemiologiche del virus Andes, uno dei pochi hantavirus noti capaci di diffondersi direttamente tra esseri umani.

A richiamare l’attenzione della comunità scientifica è soprattutto la possibilità che alcuni individui agiscano come “superdiffusori”, trasmettendo l’infezione a un numero elevato di persone grazie a cariche virali particolarmente alte. Una dinamica già osservata in Sud America e descritta in uno studio pubblicato nel 2020 sul New England Journal of Medicine, che aveva stimato un indice di trasmissibilità pari a 2,12 casi secondari per ogni infetto. Intanto emerge che è positivo uno dei 17 americani rimpatriati e peggiorano i sintomi della passeggera francese. Entrambi erano sulla nave.

Secondo l’epidemiologo Abraar Karan dell’Università di Stanford, il focolaio della Hondius presenta elementi che meritano attenzione: un lungo periodo di incubazione (circa 50 giorni con confermato dal virologo Roberto Burioni), sintomi iniziali aspecifici e la difficoltà di rintracciare rapidamente tutti i passeggeri che hanno lasciato l’imbarcazione prima dell’identificazione dell’epidemia. In un messaggio pubblicato su X, Karan ha però precisato che “non sarà un’altra Covid-19”, pur sottolineando la necessità di monitorare attentamente l’evoluzione dei casi. L’hantavirus è una famiglia di virus zoonotici trasmessi principalmente dai roditori.