Roma Martin Luher King diceva che per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, ma basta dire semplicemente quel che si pensa. E sulla rotta Roma-Washington ci sono tutti gli ingredienti del caso - un conflitto anzitutto, e «la franchezza» di cui né Donald Trump né Giorgia Meloni difettano - per veder naufragare un'amicizia sabotata dalle intemperanze del tycoon, elemento distintivo della sua reggenza alla White House.
Ieri dal presidente Usa è arrivato un nuovo affondo diretto alla premier italiana, segno che il viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio a Roma - obiettivo primario sminare il campo con Papa Prevost - non ha prodotto frutti, lasciando invariato il gelo tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi. Visto che The Donald, in un'intervista al Corriere della Sera, non ha fatto mistero di avercela ancora su con la premier italiana, usando una delle frecce più aguzze al suo arco per tornare a colpire: il ritiro dei soldati americani dalle nostre basi. La pistola resta dunque sul tavolo, visto che il tycoon «sta ancora prendendo in considerazione» l'ipotesi di spostare altrove i 13 mila militari statunitensi di stanza nel nostro Paese. Non solo. Trump ha rilanciato le accuse di slealtà - «L'Italia non c'era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l'Italia, e così il mio Paese» - ad appena 24 ore dall'incontro in cui Meloni aveva detto chiaro e tondo a Rubio di aver pagato un prezzo altissimo per l'amicizia con il numero 1 della Casa Bianca. Ingenerose, dunque, le critiche dirette da Trump a lei e al suo governo. Soprattutto - il messaggio consegnato al capo della diplomazia a stelle e strisce - stop agli attacchi scomposti e a tradimento per riportare il rapporto Italia-Usa sui binari giusti.










