Mette in fila gli inciampi Giorgia Meloni. E tutte le volte in cui lei ha cercato di parare i colpi limitando i danni. L'elenco è lungo e doloroso, la premier italiana lo snocciola senza indugio al segretario di Stato americano Marco Rubio nel loro incontro di un'ora e quaranta a Palazzo Chigi, davanti a un caffè espresso e biscotti al burro serviti per addolcire il menù di un confronto reso amaro dagli affondi al vetriolo di Donald Trump, il convitato di pietra, elefante nella stanza.
E dunque i dazi - indica la premier rimarcando gli sforzi fatti con l'aiuto delle dita - le spese in difesa fino al 5% del Pil, la guerra all'Iran innescata a sua insaputa, e pazienza se i prezzi di gas e benzina son saliti alle stelle. Per la lealtà e l'amicizia che la lega - o legava?, l'interrogativo è d'obbligo - a Donald Trump, Meloni dice di aver pagato un prezzo altissimo, soprattutto in un'Europa che ha sempre storto il naso davanti al tycoon. «L'ho fatto per preservare l'unità, la coesione» di questa parte dell'emisfero.
Ma da qui in avanti, è il messaggio che la presidente del Consiglio consegna al capo della diplomazia statunitense, «bisogna capirsi su come gestire il rapporto» tra Roma e Washington. Vale a dire: niente più passi falsi né imboscate. Perché ognuno difende la proprio metà di campo, e questo Meloni a Rubio dice di capirlo alla perfezione: «Sono la prima a metterlo in pratica, e continuerò a farlo». Con buona pace dell'amico di un tempo - il sottotesto - quando da qui in avanti i due torneranno a non pensarla allo stesso modo. Il confronto «franco» di cui la premier parla nel post sui social e nel punto stampa a Milano passa da qui. Rubio ascolta senza sbilanciarsi. Del resto lui per primo sa cosa voglia dire vivere sull'ottovante degli umori del tycoon.












