ROMA In principio furono i dazi. Poi la Groenlandia, le mire coloniali sul Venezuela, le bombe sull'Iran, i no a Sigonella. Gli insulti al Papa. A Palazzo Chigi in queste ore riavvolgono il nastro. Raccontano volentieri la cronistoria di un rapporto, quello fra Donald Trump e Giorgia Meloni, che si è sfilacciato da tempo, o così dicono. Altro che colpo di scena. E a riavvolgere il nastro del grande freddo sceso fra "Donald" e "wonderful Giorgia", come chiamava lui la premier italiana prima di restarci "deluso", viene fuori in effetti una bobina sempre più opaca e rovinata fra due leader che si sono mostrati vicini ma si scoprono lontani per sensibilità, indole, istinto politico. La cornetta fra Palazzo Chigi e la Casa Bianca, fino a qualche mese fa, era caldissima. Telefonate amichevoli nel cuore della notte, whatsapp, scambi, battute e sfoghi a tratti sconfinati nel personale. Ora quella cornetta si è fatta rovente. Nel senso che nessuno vuole più toccarla. Da più di un mese, dall'inizio dell'operazione "Ruggito del Leone" in Iran, ad essere precisi, quel telefono non squilla più. Meloni, unica tra i grandi leader europei, non ha più telefonato a "Donald", lui non l'ha più sentita. Silenzio. Il referendum sulla giustizia perso e non di misura è stato un tornante decisivo di questa parabola umana e politica, certo. Perché la premier si è convinta una volta per tutte che Trump avvicina guai e allontana gli elettori. Tutti maldisposti, o quasi, quelli italiani, verso l'irruente e imprevedibile Tycoon che decide le sorti del mondo occidentale e trascina l'Europa in guerra, fa schizzare i prezzi alla pompa della benzina. Ma dietro le quinte il distacco era già iniziato.