Il cerchio si stringe sulla cerchia familiare, mentre prende sempre più corpo l’ipotesi che il veleno sia stato preparato in casa. È su questi due fronti che si concentra l’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella, dove a fine dicembre sono morte avvelenate con la ricina Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni.
Gli investigatori della Squadra Mobile, coordinati dalla Procura di Larino, stanno concentrando le verifiche sui rapporti più stretti delle vittime e su almeno cinque persone che avrebbero avuto contatti diretti con madre e figlia nei giorni precedenti al malore. Le audizioni, proseguite in Questura a Campobasso, hanno ormai superato quota cento tra familiari, amici e conoscenti. L’obiettivo è ricostruire relazioni, movimenti e possibili contraddizioni nei racconti, nel tentativo di far emergere un movente che, al momento, resta ancora senza una spiegazione chiara.
Tra i passaggi più delicati dell’indagine, l’ascolto di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, sentito per circa cinque ore come persona informata dei fatti. L’uomo, assistito dall’avvocato Vittorino Facciolla, ha escluso l’esistenza di tensioni familiari o motivi di risentimento: agli inquirenti avrebbe riferito di non avere elementi utili per comprendere chi possa aver colpito la sua famiglia. Anche lui, insieme alla figlia maggiore e ai parenti di Antonella Di Ielsi, è parte offesa nel procedimento.













