Petro Hurin vive di musica, poesia e nostalgia. Ma vive. Al contrario dei suoi compagni che, quarant’anni fa, furono spediti a bonificare Chernobyl dopo il peggior disastro nucleare della Storia.
Petro, oggi 75 anni, faceva parte dei “liquidatori” chiamati a ripulire l'area dopo l'esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare, il 26 aprile 1986. Il disastro diffuse nubi di materiale radioattivo in gran parte d'Europa. Trentuno operai e vigili del fuoco morirono subito, migliaia negli anni a seguire. Chi si era avvicinato troppo, non ha avuto scampo: «È una morte lenta e dolorosa”.
Hurin lavorava per un'azienda che forniva escavatori e veicoli da costruzione, e fu inviato nella zona di esclusione assieme ad altri 40 operai. «Sapevo che, per quanto piccolo potesse essere il mio contributo, stavo facendo la mia parte per aiutare a domare quella bestia atomica», racconta. Ora in pensione, Hurin vive con la moglie Olha nella a Cherkasy, nell'Ucraina centrale. Nonostante i problemi di salute, continua a suonare il bayan e a scrivere canzoni e poesie.
Cosa le dissero quando fu mandato a Chernobyl?
«Nulla, ma sapevo tutto. Sapevo cos’erano le radiazioni, avevo prestato servizio nelle truppe missilistiche. Ma dovevo andare. Eravamo in quaranta».












