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26 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 14:53

Quarant’anni dopo, il disastro di Chernobyl resta una ferita aperta nella storia contemporanea e un avvertimento ancora attuale sui rischi dell’energia nucleare, in una situazione geopolitica complessa. Era l’1.23 del 26 aprile 1986 quando l’esplosione del reattore numero 4, causata da un errore umano durante un test di sicurezza, sprigionò una nube radioattiva che contaminò vaste aree dell’Europa, colpendo in particolare Ucraina, Bielorussia e Russia. Considerato il più grave incidente nucleare civile della storia, il disastro provocò decine di morti immediate e conseguenze sanitarie di lungo periodo ancora difficili da quantificare. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2005 stimò fino a 4.000 vittime tra accertate e previste nei Paesi più colpiti, mentre altre valutazioni, come quella di Greenpeace, indicano numeri ben più elevati.

A pagare il prezzo più alto furono anche i cosiddetti “liquidatori”, circa 600.000 tra soldati, tecnici e volontari mobilitati per contenere la catastrofe. Molti operarono senza adeguate protezioni, esponendosi a livelli altissimi di radiazioni. Le loro testimonianze, a distanza di decenni, raccontano il senso del dovere ma anche le conseguenze devastanti sulla salute. L’incidente segnò una svolta nella sicurezza nucleare globale. “Ha portato ad accordi giuridicamente vincolanti, maggiore trasparenza e cooperazione globale”, ha ricordato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, sottolineando come da allora siano stati introdotti standard più rigorosi e sistemi di controllo più avanzati.