C’erano rose ovunque, lungo le vie del centro di Pripyat. A 40 anni dalla tragedia nucleare di Chernobyl, sembra impossibile immaginare come pittoresca quella che oggi è una città-fantasma: il luogo proibito dove un tempo vivevano le famiglie dei dipendenti della centrale e tutto il mondo che le ruotava intorno, come Aleksandr Ivanovich Skashek.

Paramedico, Aleksandr era di turno la notte del 26 aprile 1986, quando all’una e 23 minuti un errore umano – la perdita di controllo del sistema di raffreddamento durante un test - trasformò il reattore n. 4, privo di strutture di contenimento in cemento armato, in un vulcano radioattivo.

Il racconto di Skashek è parte di un film di Alessandro Tesei e Pierpaolo Mittica, in uscita nelle prossime settimane: “Chernobyl 40”, prodotto da Bloom Media House e Subwaylab. Dopo aver trascorso la notte tra la centrale e l’ospedale di Chernobyl, trasportando le prime vittime dell’incidente - personale e vigili del fuoco - Aleksandr venne ammesso a sua volta in una struttura di Mosca. Non vuole parlare di sé, ma chiarisce: «Certo che ho problemi di salute. Tutto questo non passa senza lasciare conseguenze».

È un monito che va oltre la sua vicenda personale. Soprattutto ora che al dramma di Chernobyl si è sovrapposto quello della guerra, dei bombardamenti russi e di altre città ucraine, nel Donbass, ridotte in macerie molto più rapidamente di Pripyat, rimasta sola al centro della “zona proibita” all’uomo: condannata a sgretolarsi al rallentatore, nell’arco dei secoli necessari a smaltire livelli di radioattività superiori alla norma anche di mille volte.