Un atto di guerra. Nessuno, prima dell’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, avrebbe probabilmente mai osato pensare a un attacco deliberato contro il luogo diventato simbolo delle tragedie che avvengono quando l’uomo perde il controllo di ciò che ha creato. Eppure, il 14 febbraio 2025 un drone Geran-2 di produzione russa ha centrato l’arco d’acciaio costruito per contenere la radioattività che infesta il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl, esploso il 26 aprile 1986. La guerra ha infranto anche questo tabù.

In prossimità del 40° anniversario del disastro di Chernobyl, un rapporto preparato per Greenpeace lancia l’allarme: il danno provocato dal drone, che è riuscito a perforare sia la struttura esterna che quella interna dello scudo - chiamato New Safe Confinement - potrebbe provocare un crollo del “sarcofago”, la prima copertura costruita frettolosamente nel 1986, subito dopo l’incidente, per cercare di contenere il reattore e i materiali radioattivi rilasciati dall’esplosione.

L’attacco con il drone

Mosca nega di aver mirato alla centrale ucraina con un drone dotato di una testata ad alto potenziale esplosivo: ma gli analisti militari britannici citati dal rapporto di Greenpeace sono quasi certi di un atto deliberato delle forze armate russe, in una notte in cui su tutta l’Ucraina vennero lanciati 133 droni. Lo squarcio provocato sull’arco d’acciaio è di circa 15 metri quadrati. Violazione di una copertura progettata per durare almeno cento anni, destinata a creare intorno alla centrale un ambiente sicuro in cui stabilizzare il reattore, smantellare il “sarcofago” e disporre degli elementi radioattivi tuttora presenti: il combustibile nucleare e la “zampa d’elefante” formata dalla fusione dei materiali, le polveri radioattive, le rovine della struttura. Un lavoro di decenni, di cui l’arco d’acciaio, concluso nel 2016, aveva segnato solo l’inizio.