Dopo l’evacuazione forzata della popolazione dal disastro nucleare di Chernobyl, migliaia di cani e gatti furono lasciati indietro. Tra ordini militari, paura della contaminazione e disperazione umana, si consumò una tragedia poco raccontata. Oggi, tra le rovine della zona di esclusione, sopravvive ancora l’eco di quelle vite spezzate.
L’alba del disastro
Il 26 aprile 1986, l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Disastro di Chernobyl cambiò per sempre il destino di un’intera regione. La città di Pryp"jat, costruita per ospitare i lavoratori della centrale, fu evacuata in poche ore. Alle persone venne detto di portare con sé solo lo stretto necessario: documenti, qualche vestito, nulla più.
Tra le cose “non necessarie” c’erano anche loro: cani, gatti, piccoli animali domestici. Compagni di vita lasciati indietro in fretta, spesso con la promessa di tornare presto. Una promessa che, per molti, non sarebbe mai stata mantenuta.
L’ordine di non portare animali
















