«Il paradosso è che cominciò con un test sulla sicurezza». È possibile partire da qui, dall'inizio della deposizione del vicesegretario Boris Ščerbina nel cuore, anzi nel nocciolo, dell’ultimo episodio di una miniserie superlativa. Perché quella di Chernobyl è (anche) una storia di paradossi. Un altro paradosso, perlomeno controintuitivo, è che in un reattore nucleare sovietico del 1986 minore fosse la potenza utilizzata, maggiore l’instabilità. E che per quel test la potenza fosse tirata al massimo del minimo, per poi inesorabilmente salire. E deflagrare. Il terzo: che in quelle particolari circostanze, e a causa di particolari errori umani e più particolari segreti taciuti su difetti strutturali e di concetto, un pulsante di arresto «agisse da detonatore».Il disastro di Chernobyl raccontato dalla tvLa metafora, sempre nello stesso episodio, sempre nel corso dello stesso sbrigativo processo voluto dal Cremlino, era di Valerij Legasov. Primo vicedirettore dell'Istituto Kurčatov per l’Energia Atomica e riferimento principale nella commissione di indagine sul disastro, interpretato da un clamoroso Jared Harris (reduce dall’algida e meravigliosa prima stagione di The Terror, un’annata magica per l’attore londinese), al copione già scritto di quel sommario processo Legasov decideva di smarcarsi, raccontando sì gli errori umani (e molti) alla base della catastrofe, ma anche il tragico bug di progettazione del reattore RBMK, scientemente silenziato da anni. Fu inevitabilmente silenziato anche lui, assieme a quella deposizione che mirava a fare correggere il fatal error in tutte le altre centrali nucleari sovietiche. Il suo suicidio un anno dopo nel secondo anniversario dell'incidente, incipit della serie, servì a riaccendere i riflettori sulla verità e sui contenuti del suo memoriale, che nel frattempo la comunità scientifica sovietica aveva trovato il modo di far circolare. Due anni più tardi, l’Unione Sovietica era finita. Forse proprio a causa di Chernobyl, ha ammesso nel 2006 Michail Gorbačëv.Segnale di contaminazione da radioattività nell'area di esclusione di Prypiat, nel 2016 (Photo by Sean Gallup/Getty Images)Sean Gallup/Getty ImagesChernobyl, una squadra di stelle per una storia di atomi e umanitàOltre al protagonista, oltre alle pagine del premio Nobel Svetlana Aleksievič dalle quali la serie traeva spunto, oltre alle musiche di Hildur Guðnadóttir, premio Oscar pochi mesi dopo per Joker, oltre a tutto questo HBO e Sky sei anni fa con Chernobyl decidevano di fare un memorabile raduno di eccellenze. Stellan Skarsgård nei panni di Boris Ščerbina, vicesegretario del Consiglio dei ministri, direttore del dipartimento per i Combustibili e l’Energia e a capo della commissione governativa sul disastro. Emily Watson a interpretare Ulana Khomyuk, l’unico personaggio fittizio tra i principali, rappresentazione e omaggio dei creatori della serie Craig Mazin e Johan Renck ai tanti scienziati sovietici che a proprie spese presero posizione contro la versione ufficiale alla ricerca della verità. Ma anche Barry Keoghan, protagonista dell’episodio a suo modo più drammatico della serie, dedicato ai numerosissimi liquidatori che per anni lavorarono alla bonifica dell’area di esclusione. Che esiste ancora oggi, a quarant’anni da quella notte di luce blu nel cielo dell’Ucraina, che attrasse sul ponte ferroviario di Pripyat centinaia di persone ignare. Di chi si affacciò alla ringhiera, attratto dallo spettacolo letale delle particelle ionizzanti all'aria, non sopravvisse nessuno. La storia lo ha ribattezzato ponte della morte.Chernobyl, in poche parole (e pochi secondi)All’1.23 del 26 aprile 1986 il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl venne distrutto da una serie di esplosioni nel corso di un test di sicurezza. Ma il punto di non ritorno era da collocare molto prima nel tempo: si è detto al concepimento stesso del reattore, ai silenzi e alle esigenze di una corsa energetica da vincere a tutti i costi. E i costi furono altissimi. Il test (già non superato in altre occasioni) serviva a verificare se, in caso di blackout o comunque di emergenza per mancanza di energia, la rotazione inerziale delle turbine fosse sufficiente a fornire l’energia indispensabile ai sistemi di controllo e raffreddamento, per coprire i secondi necessari all’attivazione dei generatori diesel.Chernobyl, la centrale tre giorni dopo l'incidente (SHONE/GAMMA/Gamma-Rapho via Getty Images)SHONE/Getty ImagesPer eseguire il test era necessario abbassare la potenza del reattore RBMK, per sua natura instabile e soggetto a improvvisi aumenti di reattività a basse potenze. A farlo, a causa di un rinvio di circa dieci ore rispetto ai programmi iniziali, furono gli operatori del turno di notte, non adeguatamente preparati al protocollo. La potenza scese troppo, rendendo di fatto il reattore ancora più instabile: per compensare, contro le norme di sicurezza, vennero estratte dal nocciolo quasi tutte le barre di controllo, progettate in boro con estremità (estensori) in grafite.Cosa non funzionò in quel test a ChernobylPer effetto del coefficiente di vuoto positivo (più vapore presente nel sistema, maggiore la reattività), caratteristico nei reattori RBMK, alla diminuzione di flusso d’acqua si formarono bolle di vapore che aumentarono ulteriormente (e velocemente) la potenza. In pochi secondi la reazione nucleare sfuggì al controllo. Come da protocollo gli operatori premettero il pulsante di arresto AZ-5, reinserendo le barre. Ma con i condotti di scorrimento ormai deformati dalle alte temperature, le barre di controllo non completarono l'inserzione. E nella fase iniziale dell'inserimento le estremità in grafite provocarono un ulteriore aumento locale della reattività, anziché contenerla. Fino alla catastrofe. Un difetto di progettazione già noto e in seguito corretto nelle altre centrali nucleari sovietiche, anche grazie alle rivelazioni di Legasov.Una delle prime viste dall'alto della centrale nucleare di Chernobyl dopo l'esplosione del 26 aprile 1986 (SHONE/GAMMA/Gamma-Rapho via Getty Images)SHONE/Getty ImagesDelle due diverse esplosioni il mondo seppe molte ore dopo, quando alla centrale si pensava già a come evitare una ulteriore devastante deflagrazione per il contatto tra il materiale fuso e l’acqua di raffreddamento che nel frattempo aveva inondato i locali del reattore 4. Secondo gli scenari raccontati dalla serie. A scongiurarla fu il sacrificio di tre operatori della centrale, che tornarono all'edificio 4 per svuotare manualmente le vasche d'acqua.Una crisi europea e la corsa (perduta) all'energia nucleareIn Svezia furono i primi a rilevare livelli anomali di radiazioni, e il muro di gomma non tenne più. Furono finalmente evacuati in migliaia soprattutto dalla vicina Pripyat, una città fantasma ancora oggi, quarant’anni dopo. Anni di balletto dei numeri tra vittime dirette e indirette di Chernobyl, tra i soccorritori e i liquidatori, di studi su scala europea dell’aumento di tumori, in particolare alla tiroide. E di dibattito sul nucleare, a cui l’Italia ha detto no un anno dopo, nel referendum del 1987. Ribadendo la sua posizione in quello del 2011: in quel momento una cifra ancora tra il 5% e il 7% dell’intera spesa pubblica annuale dell'Ucraina era destinato alla riparazione dei danni, alla gestione delle conseguenze sanitarie e al sostenimento delle aree contaminate.Emily Watson e Jared Harris, protagonisti della serie HBO e Sky su ChernobylVariety/Getty ImagesChernobyl e i meriti divulgativi di una serie incredibile«Ora so come funziona un reattore nucleare» tuonava Boris Ščerbina nel secondo episodio, a bordo dell'elicottero in viaggio per Chernobyl. Si era appena fatto spiegare da Legasov, non con le buone, il funzionamento del reattore. Magari a noi non ha spiegato per filo e per segno come funzionasse un reattore nucleare del 1986, ma Chernobyl ci ha certamente spiegato come quel reattore non ha funzionato. Un ponte ben costruito sopra scienza, politica e uomini, tremendamente efficace per chi continui a voler capire cosa successe quella notte, soprattutto prima, e certamente dopo. E a parte la forma (austera, spettacolare il giusto, in poche parole seria) a Chernobyl resta la sostanza: il merito di essere avvincente almeno quanto leggibile, di rendere meno ostico e così alla portata un argomento tra i meno accessibili. La verità deve, o dovrebbe, esserlo sempre.
Sono passati 40 anni da Chernobyl, la storia del disastro e come una serie tv magnifica è riuscita a raccontarcela
La notte del 26 aprile del 1986 l’incidente al reattore 4 e la catena di omissioni, silenzi e coperture. Sei anni fa la miniserie tirava una linea definitiva tra narrazione e ricostruzione













