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Ultimo aggiornamento: 9:19

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Appeso il Duce alla pompa di benzina, tanto bastò. Sferrato l’ultimo assalto, finito lo strazio della guerra civile, archiviati al giorno prima i dolori lancinanti della battaglia per la libertà, nello splendore accecante del 25 aprile tutto fu perdonato. La libertà arrivò per davvero, il suo sinonimo fu democrazia, il sigillo lo mise il voto che impresse lo stemma della Repubblica. Ma i calcinacci del regime seppellirono la giustizia. I superstiti del regime fascista che erano riusciti a superare le ore del si salvi chi può non furono quasi mai chiamati a saldare il conto per i loro crimini. Quadrumviri che avevano marciato su Roma, ministri che avevano chiuso il Parlamento, gerarchi che avevano approvato le leggi razziali, giudici che avevano messo in carcere oppositori politici e avevano applicato le norme contro gli ebrei. I torturatori delle sanguinarie bande che portavano il nome di Koch e Carità e seminavano il terrore a Roma, Milano, Padova, macellai conclamati come il generale Rodolfo Graziani, fanatici come Carlo Emanuele Basile, sottosegretario alla Guerra del governo di Salò, accusato di aver fatto deportare in Germania migliaia di operai genoevesi colpevoli di aver scioperato contro le fucilazioni di alcuni loro compagni: furono fatti salire sugli autocarri all’uscita della fabbrica. Prototipi diversi, presi quasi a caso, dall’elenco sterminato di personaggi che videro le loro colpe lavate e asciugate nel giro di qualche mese: la lista ha origine ai vertici dello Stato – prima quello del regime fascista poi di quello fantoccio di Salò – e scorre giù giù fino ai ras di quartiere e alle spie della porta accanto. Le ragioni politiche e sociali di quella sorta di lavacro formale di tutte le più abiette colpe degli uomini che incarnarono il fascismo – fino al vassallaggio del Reich di Hitler – affondano nella volontà di pacificazione con cui il nuovo Stato democratico intendeva chiudersi alle spalle gli orrori della dittatura marcandone anche la differenza. Il risultato fu ciò che produsse l’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia nel primo governo di De Gasperi. Da una parte gli errori di formulazione giuridica contenuti nella legge, dall’altra l’uso sfrenato che ne fece la magistratura, rimasta la stessa del Ventennio, simbolo lucente della mancata epurazione negli apparati dello Stato (polizia, prefetture, istruzione, università, sanità, amministrazione pubblica): chi c’era quando c’era il fascismo rimase quando il fascismo non c’era più. “La legge sull’amnistia passerebbe certamente alla storia come il più insigne monumento alla insipienza legislativa se a questo titolo non potessero degnamente aspirare le leggi sull’epurazione” disse Piero Calamandrei.