Ancora oggi ho una convinzione che nessuno può togliermi dalla testa: il 25 aprile non dovrebbe essere solo la Festa della Liberazione dalla dittatura, ma anche - e soprattutto - la giornata della riconciliazione nazionale dopo la guerra civile. Il nostro Paese, infatti, è stato lacerato dalla Seconda Guerra Mondiale: da una parte c’erano gli italiani impegnati nella resistenza, dall’altra quelli che sono rimasti fedeli al regime. Purtroppo nel corso della mia vita ho dovuto riscontrare che questa riconciliazione qualcuno non l’ha mai voluta. Per buona parte dell’Anpi, la fine del conflitto non è coincisa con la fine della resistenza: qualcuno sognava di sostituire un regime con un altro, imponendo la dittatura del proletariato. Ma per me l’idea della riconciliazione non è stata solo teoria. Da sindaco di Milano ho cercato di promuoverla più e più volte. Non il 25 aprile, ma nel Giorno dei Morti.

Dopo le celebrazioni in memoria dei partigiani sepolti al Campo della Gloria - uomini che avevano combattuto per la nostra libertà -, ogni anno mi toglievo la fascia tricolore e andavo a recitare un Eterno Riposo sulla tomba di Carlo Borsani, padre dell’ex assessore alla Sanità di Regione Lombardia, nonché ministro della Rsi e medaglia d’oro al valor militare ucciso quattro giorni dopo il 25 aprile 1945. Un gesto che ha sempre suscitato polemiche violentissime. Eppure ricordo con piacere una telefonata che ebbi con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Lo contattai per invitarlo alla prima della Scala e, fra una chiacchiera e l’altra, finimmo a parlare delle polemiche scaturite dal mio gesto. Non certo un segno di apologia, ma di pietà e rispetto verso quei morti che avevano scelto, consapevoli di perdere la guerra, di rimanere fedeli al loro ideale.