Sabato ho raccontato a mie colleghe che quel giorno era in Italia il più importante dell’anno. Non sapevano cosa significasse per noi italiane il 25 aprile, ma appena ho accennato alla liberazione dal nazi-fascismo S. ha intonato le prime note di “Bella ciao”, facendomi ricordare i canti nei cortei e le tavolate ai pranzi sociali.
Mi sono domandata come sia considerato il fascismo qui, in una nazione che non ha dovuto essere depurata dalla serpe nera a cui troppi tuttora inneggiano.
Mio padre sostiene sia un problema di memoria storica. «Quando ero giovane io, del fascismo sentivi ancora la puzza di bruciato nell’aria, i tuoi genitori o i tuoi nonni lo avevano vissuto e lo raccontavano in casa. Oggi i testimoni e le testimoni dirette di quell’epoca storica non ci sono quasi più, non c’è nessuno che può raccontarti quegli anni».
In parte concordo con lui, ma nel contempo ritengo sia solo una faccia della medaglia. Se continuiamo a cristallizzare il fascismo relegandolo al Ventennio, non riusciremo mai ad accorgerci quanto e come sia mutato. Per sopravvivere le ideologie devono farsi camaleonti, adattandosi ai meccanismi economici e ai bisogni sociali di un’epoca diversa da quella in cui sono nate. Si insinuano negli angoli bui, fra le ragnatele e i vetri rotti, si nutrono di carcasse e frutta marcia.











