Nessuna sorpresa. All’indomani della bocciatura referendaria sulla riforma della giustizia, il clima politico si è trasformato in una resa dei conti permanente. E così una banale norma tecnica, inserita nel decreto Sicurezza in discussione la scorsa settimana in Parlamento, diventa improvvisamente il simbolo di tutti i mali: l’articolo 30-bis sul "Rimpatrio Volontario Assistito con Reintegrazione". Peccato che si tratti, semplicemente, di uno strumento che esiste da anni. Dal 2011, per essere precisi, e che affonda le sue radici nelle politiche europee sui rimpatri. Ma tant’è: nel clima post-referendario, la memoria istituzionale è un lusso che pochi sembrano potersi permettere. Il Rimpatrio Volontario Assistito è l’esatto opposto della caricatura che ne viene fatta in queste ore. Non è una scorciatoia repressiva, ma una via razionale e umana per gestire situazioni migratorie senza sbocco. Prevede informazione, assistenza, accompagnamento. Il migrante che decide di aderire riceve supporto nella preparazione del rientro, non paga il viaggio, ottiene un contributo per le prime necessità. Viene seguito nel reinserimento nel Paese di origine, anche con progetti lavorativi. Non solo: il ritorno è volontario, senza coercizione o imposizione. Anzi, proprio la volontarietà è il cuore del sistema, perché aumenta le probabilità di reintegrazione e riduce i costi – economici e sociali, dei rimpatri forzati. È, insomma, una misura di buon senso.