Giorgia Meloni in Parlamento ha delineato i principali obiettivi del governo nel prossimo anno: non mancano proposte convincenti, e soprattutto si afferma una linea europeista coraggiosa e intelligente che chiama l’Unione a sostenere le economie degli Stati membri in una situazione drammatica segnata da ben due guerre più o meno globali ancora in corso.

Forse, però, per affrontare l’ultimo “miglio dell’esecutivo” andrebbe svolta, più in sede politica che parlamentare, una riflessione anche sul perché il “Sì” ha perso il referendum sulla legge Nordio. Non sarebbe inutile ragionare su come (nonostante un’area particolarmente qualificata della sinistra riformista e dell’opinionismo radical-liberale non di centrodestra, schierata per la separazione delle carriere) non si sia riusciti a creare un’adeguata corrente non solo razionale ma anche emotiva a sostegno della riforma della giustizia.

Il “No” ha potuto contare su un articolato fronte presente nella società civile, dalle Acli alla Cgil, dall’Anm all’Anpi, dai giovani ProPal d’intesa con le organizzazioni del fondamentalismo islamico all’ampia area degli artisti e intellettuali di sinistra. Il fronte del “Sì” ha mobilitato un ristretto numero di volontari, sia pur spesso culturalmente molto qualificati, valorosi avvocati ma che non hanno le potenzialità egemoniche dei magistrati, partiti preziosi ma che non hanno le basi sociali dei tempi della Prima repubblica e vivono principalmente nelle campagne elettorali locali e nazionale, organi di opinione più schierati, spesso efficacissimi ma più utili a confortare le scelte già acquisite che a conquistare settori incerti. E senza nessuna grande organizzazione sociale che sostenesse le ragioni della riforma della magistratura.