Giorgia Meloni in Parlamento ha delineato i principali obiettivi del governo nel prossimo anno: non mancano proposte convincenti, e soprattutto si afferma una linea europeista coraggiosa e intelligente che chiama l’Unione a sostenere le economie degli Stati membri in una situazione drammatica segnata da ben due guerre più o meno globali ancora in corso. Forse, però, per affrontare l’ultimo “miglio” dell’esecutivo andrebbe svolta, più in sede politica che parlamentare, una riflessione anche sul perché il Sì ha perso il referendum sulla legge Nordio. Non sarebbe inutile ragionare su come (nonostante un’area particolarmente qualificata della sinistra riformista e dell’opinionismo radical-liberale non di centrodestra, schierata per la separazione delle carriere) non si sia riusciti a creare un’adeguata corrente non solo razionale ma anche emotiva a sostegno della riforma della giustizia.
Il No ha potuto contare su un articolato fronte presente nella società civile, dalle Acli alla Cgil, dall’Anm all’Anpi, dai giovani pro-Pal d’intesa con le organizzazioni del fondamentalismo islamico all’ampia area degli artisti e intellettuali di sinistra. Il fronte del Sì ha mobilitato un ristretto numero di volontari, sia pur spesso culturalmente molto qualificati, valorosi avvocati ma che non hanno le potenzialità egemoniche dei magistrati, partiti preziosi ma che non hanno le basi sociali dei tempi della Prima repubblica e vivono principalmente nelle campagne elettorali locali e nazionali, organi di opinione più schierati, spesso efficacissimi ma più utili a confortare le scelte già acquisite che a conquistare settori incerti. E senza nessuna grande organizzazione sociale che sostenesse le ragioni della riforma della magistratura. Forse per il prossimo voto del 2027 con le proposte economiche prospettate (piano case, interventi sui salari e altro), con il richiamo al ruolo che l’Italia ha acquisito nell’Unione, con le scelte che correggono le scelte del Green deal e che delineano una seria politica di contrasto dell’immigrazione clandestina, e poi aiutati dalle preoccupazioni che suscitano gli sbandamenti della sinistra, il centrodestra riuscirà a mobilitare una buona fetta di elettori che non hanno votato sulla riforma Nordio. Però i due elementi decisivi che hanno fatto prevalere il No, cioè il voto del Sud e quello dei giovani sotto i trentacinque anni, non possono essere affrontati solo con la leva opinionistica che ha fatto vincere la Meloni nel 2022. Senza iniziative che vadano oltre alle forze strutturate del centrodestra e al voto di opinione, il recupero su questi due rilevanti fronti sarà complicato. Al Sud la sinistra conta sulla buona amministrazione di centri fondamentali come Bari e Napoli, sulla campagna qualunquistica del Movimento 5 Stelle, su un centrodestra che non riesce spesso a mobilitare forze vitali della società. Forse una grande conferenza per il Sud che spiegasse il successo della Zes unica, che facesse ragionare sulla portata strategica del Ponte di Messina anche per collegare Mediterraneo ai mari baltici e artici, che aiutasse a riflettere su come i due principali regali alla mafia negli ultimi decenni sono stati il reddito di cittadinanza e l’appoggio sconsiderato all’immigrazione clandestina che hanno consentito in troppi casi l’arruolamento sia di “picciotti” a spese dello Stato, sia di “illegali” disperati e dunque spesso a disposizione della criminalità organizzata.







