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Ultimo aggiornamento: 9:03
Telelavoro, chiusura anticipata degli uffici, sospensione delle attività scolastiche, razionamento del gasolio e (re)introduzione di combustibili alternativi, più inquinanti. Sono alcune delle misure introdotte dall’Asia per far fronte ai problemi di approvvigionamento energetico innescati dalla chiusura dello stretto di Hormuz dopo gli attacchi israelo-americani contro l’Iran del 28 febbraio.
“L’Asia sarà la regione più colpita” dalla crisi, ha confermato giorni fa Jean Maynier, presidente di Kpler, azienda leader specializzata nella fornitura di dati e analisi su materie prime e risorse energetiche. Fatta eccezione per la Cina – meglio attrezzata quanto a riserve e fonti energetiche alternative – il continente presenta alcuni dei paesi più esposti al colpo di coda della guerra. Giappone, Corea del Sud e India importano tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno di greggio, soprattutto dal Medio Oriente. Il che li rende particolarmente sensibili allo shock dei prezzi del petrolio causato dal conflitto, con possibili rischi per l’economia e la stabilità sociale.
Non è ancora chiaro se – e in che misura – i recenti accordi raggiunti con Teheran da alcuni paesi definiti “non ostili” riusciranno a ripristinare le forniture marittime di carburante: Cina, India, Filippine e Pakistan hanno ottenuto l’ok per il transito delle proprie navi attraverso lo Stretto. Nell’incertezza del futuro, un po’ ovunque, la priorità resta tuttavia ridurre l’utilizzo di elettricità e controllare i prezzi delle commodities per proteggere aziende e consumatori.














