Non è la separazione. È la nostra cecità. Quando un genitore prova a spiegare qualcosa che non riesce a comprendere fino in fondo, usa le parole che ha. E spesso usa quelle che fanno meno male.

“La separazione… è stato un periodo difficile.” È una frase piena di dolore e anche di amore. Perché dentro c’è il tentativo di proteggere un figlio, di proteggerne l’immagine, di proteggere forse anche sé stessi Ma non basta. Non perché non sia vero che una separazione possa far soffrire. Ma perché il dolore, da solo, non spiega tutto. E soprattutto non spiega ciò che è accaduto qui.

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Ci sono tanti ragazzi che attraversano ferite familiari e non imboccano strade così estreme. E allora la domanda cambia. Non è più: cosa gli è successo? Ma: come è rimasto da solo dentro quello che gli è successo? Perché il punto, spesso, non è l’evento. È quello che accade dopo, è il significato che quel ragazzo costruisce. È il luogo dove porta quel dolore.

E oggi i luoghi non sono solo quelli che vediamo. Ci sono spazi invisibili, digitali, relazionali, emotivi… dove i ragazzi possono trovare accoglienza, ma anche distorsione. Possono sentirsi visti. Ma anche legittimati nella rabbia, nell’odio, nella vendetta.