C’è un momento, dopo certe tragedie, in cui il rumore si spegne. Le notizie rallentano, i titoli cambiano, l’attenzione si sposta altrove. È lì che resta un bambino. Non al centro, ma ai margini. Ed è proprio lì che il trauma comincia davvero a lavorare.

Un bambino di dieci anni non “elabora” la morte della madre. La subisce. E quando quella morte ha il volto del padre, la mente può non trovare appigli. L’adulto che doveva proteggere diventa la fonte del pericolo. È una frattura che non riguarda solo l’affetto, ma la struttura stessa della fiducia.

Il dolore non arriva tutto insieme

Nella clinica lo vediamo spesso: in casi come questi il dolore non arriva tutto insieme. Può spezzarsi. Un po’ oggi, un po’ domani. Il bambino continua a vivere, va a scuola, risponde alle domande. Ma dentro può succedere altro. Il sistema nervoso può restare in allerta. Il corpo può imparare che il mondo, improvvisamente, diventa imprevedibile. E quando accade così presto, così violentemente, non sempre si costruisce un ricordo: a volte si costruisce un modo di stare al mondo.

I bambini cercano un senso