Ci sono tragedie che si propagano come un’onda anomala, travolgendo tutto quello che incontrano sulla loro strada. Affetti, legami, onorabilità. Il femminicidio di Anguillara è una di queste. Il delitto di Claudio Carlomagno, l’uomo che ha ucciso la moglie Federica Torzullo e ha fatto scempio del suo corpo con una escavatrice, è diventato un peso insopportabile per i genitori di lui, trovati senza vita nella loro abitazione. Non ci sono dubbi sul suicidio, la cui determinazione e motivazione sono contenute in una lettera lasciata al fratello di Claudio. Schiacciati dal dolore, dicono adesso i vicini. E forse dalla vergogna, in un paese di ventimila anime alle porte di Roma, che sperimenta l’enormità della cronaca in un clima di incredulità e sospetto. E già, perché gli inquirenti sono ancora impegnati a far luce nelle troppe zone d’ombra di questa vicenda, e nei dettagli che non tornano. Tra gli altri, il furgoncino di Pasquale Carlomagno davanti all’abitazione in cui era stato consumato l’omicidio, la mattina presto, prima che il figlio portasse via il corpo della donna.

Ogni famiglia infelice è infelice a suo modo, scriveva Lev Tolstoj. Pasquale Carlomagno e Maria Messenio hanno sperimentato l’infelicità peggiore, quella che marchia irrimediabilmente le vite ordinarie. Lei, ex poliziotta, dopo l’arresto del figlio si era dimessa da Assessora alla Sicurezza, con un gesto di dignità e senso delle istituzioni. Possiamo immaginare il rimorso per non aver intercettato l’inferno che si stava scatenando nella testa del figlio, nonostante la crisi coniugale si trascinasse da almeno un paio di anni. E la fatica di sopportare le rivelazioni di un’indagine che non ha lesinato sospetti e dettagli morbosi. Il numero di coltellate, le amputazioni, il tentativo di dar fuoco al cadavere. Nulla è stato risparmiato.