La cronaca, quasi sempre, arriva per ultima. Arriva quando tutto è già accaduto, quando il dolore è diventato irreparabile e i fatti si impongono con una violenza che toglie il fiato. È successo anche a Catanzaro, dove una donna di 46 anni, nella notte, ha lanciato dal balcone i suoi tre figli e poi si è gettata a sua volta. Due bambini sono morti, una terza figlia è ricoverata in condizioni gravissime. Attorno a una tragedia così, inevitabilmente, si affollano le domande, le ricostruzioni, il bisogno di capire. Ma dentro il rumore della cronaca, a volte, c’è una frase che spiega più di tante analisi. “Ho paura che me li portino via”.
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È una frase che non finisce nei titoli dei giornali, eppure è forse la più importante. Perché ci porta esattamente nel punto in cui questa storia smette di essere soltanto un fatto di cronaca nera e ci costringe a guardare qualcosa di più profondo, di più scomodo, di più nostro.
Il diritto di chiedere aiuto senza sentirsi giudicate
Quando una madre a cui è stata diagnosticata una depressione post partum ha paura di curarsi perché teme di perdere i propri figli, non siamo davanti soltanto a una vicenda individuale. E non siamo nemmeno davanti soltanto a un problema clinico. Siamo davanti a una frattura culturale e sociale profonda, che riguarda il nostro modo di guardare la maternità, la sofferenza psichica e il diritto di chiedere aiuto senza sentirsi per questo giudicate, colpevoli o pericolose.











