Energia e conti pubblici. Si gioca qui la capacità dell’Europa di uscire dall’angolo di una crisi iniziata ben prima della guerra in Iran ed ora scoppiata in faccia agli euroburocrati con tutta la sua potenza. Qualunque sarà la durata del conflitto, i contraccolpi ci saranno. Anche perché l’impatto della stretta sulle esportazioni di idrocarburi dal Medio Oriente si innesta su una progressiva desertificazione dell’industria che l’Europa, va detto, si è autoprovocata con pervicacia e ostinazione continuando ad inseguire le sue fantasie green il cui effetto sul totale delle emissioni mondiali conta meno di zero.
Dopo aver cambiato passo, seppure con la cautela e la lentezza a cui ci ha abituati, sulla difesa e sulle politiche migratorie, ora sarebbe il caso che Bruxelles impugnasse lo sterzo anche su altri dossier che rischiano di essere fatali per il vecchio Continente. Senza troppi giri di parole, ieri Matteo Salvini ha chiesto l’immediata sospensione del green deal e del patto di stabilità per fronteggiare l’emergenza. Follia, esagerazione? Non proprio.
Le prime crepe dell’illusione ecologica sono già comparse. Molti nella Ue non sono più convinti che bloccare i motori a scoppio nel 2035 sia una buona idea, così come si discute sulla necessità di tenere in piedi un sistema di tassazione delle emissioni (Ets) che sta creando solo perdita di ulteriore competitività delle nostre imprese. Ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenuto al meeting finanze-energia del G7 ha chiesto una «rapida, coordinata e proporzionata risposta politica», spiegando che per l'Italia c'è «un problema critico per le industrie energivore che rappresentano il 20% della manifatturiera». Oltre all’energia, però, come dice Salvini, bisogna anche ridare ai Paesi Ue un po’ di spazio fiscale per consentire ai governi di gestire le priorità. Pure in questo caso, le severe regole di finanza pubblica che l’Ue si è auto imposta, sola nel mondo, rischiano di provocare più danni che benefici. Il patto di stabilità, come il green deal, non è più un mantra. Il primo a definirlo «stupido» è stato il supereuropeista Romano Prodi. E da allora in molti si sono chiesti se valga la pena mantenere in piedi un sistema sanzionatorio per chi non è bravo a fare i conti. Come se non bastassero già i mercati, gli investitori e le agenzie di rating a punire i governi che scivolano nella finanza allegra.










