La guerra in Iran sta già aprendo una nuova fase di tensione sui mercati energetici internazionali, con possibili ripercussioni su gas, petrolio ed energia elettrica. Ma sarebbe un errore leggere quanto sta accadendo come un episodio isolato. Queste crisi sono ormai ricorrenti e si collocano dentro un quadro geopolitico profondamente mutato, segnato dal ritorno della logica di potenza, dall’instabilità delle aree strategiche, dalla frammentazione delle catene di approvvigionamento e da una crescente esposizione dell’Europa agli shock esterni. In questo contesto, l’energia è diventata sempre più una leva di competizione, pressione e vulnerabilità.
Per l’Italia il tema è particolarmente delicato perché, tra gli idrocarburi, il gas naturale resta una colonna portante del sistema energetico e produttivo nazionale. Il gas continua, infatti, a pesare in misura molto rilevante sul mix energetico del Paese, sulla generazione elettrica e sui consumi industriali, con effetti diretti sulla competitività della manifattura, sui costi di produzione e, a valle, sul potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. La struttura del nostro sistema produttivo rende dunque l’Italia più esposta di altri partner europei agli effetti di nuovi rialzi dei prezzi energetici.












