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Ultimo aggiornamento: 12:03
di Rocco Ciarmoli
Il 27 marzo 2026 Moody’s ha tagliato le stime di crescita per l’Italia allo 0,7%, con l’inflazione rivista al 2,1. La causa è l’escalation in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha riportato il petrolio sopra i cento dollari e riaperto una ferita che l’Europa credeva chiusa dopo il 2022. La notizia è pesante perché pochi mesi prima l’Italia aveva incassato una promozione storica: Moody’s aveva alzato il rating da Baa3 a Baa2, primo upgrade dal 2002, riconoscendo stabilità politica, rigore fiscale e avanzamento del PNRR come segnali di discontinuità rispetto a un paese che per ventitré anni aveva navigato sull’orlo del declassamento a spazzatura. Ora quella credibilità è messa alla prova da uno shock che l’Italia non ha scelto.
Per capire quanto conti quel rating vale la pena ricordare il 2018: Moody’s declassò l’Italia a Baa3, lo spread schizzò oltre i 300 punti e la tensione spinse Mattarella al veto su Savona ministro. L’Italia rimase inchiodata lì per sette anni: ogni punto di spread in più significa miliardi sottratti a sanità, infrastrutture, ammortizzatori sociali. Con un debito al 137% del Pil, il costo del denaro è la misura di quanto il passato pesa sul presente. Meloni ha scelto di giocare su questo terreno: ha chiuso il Superbonus, cancellato il Reddito di cittadinanza, riportato l’avanzo primario in positivo. Questa credibilità è la moneta con cui il governo si presenta a Bruxelles, e la differenza tra essere ascoltati ed essere liquidati.










