Il dialogo, «dopo le macerie». Come unico imperativo, come avvenne «dopo la divaricazione del 1946, laddove le rovine erano ben più gravi e anche materiali». Oggi in tutt’altro contesto, ragiona il presidente della Consulta Giovanni Amoroso, tra politica e magistratura «qualcosa si è spezzato» sotto i «toni eccedenti», le lacerazioni del clima referendario e «bisogna riannodare i fili». Anche perché, rileva, «i molti problemi della giustizia sono lì, esigono risposte: a cominciare dalla lentezza dei processi. Se una risposta arriva tardi, è già ingiustizia». Ecco perché va archiviata «ogni contrapposizione». Vanamente spesa, sembra bacchettare Amoroso, dopo l’onda di una bocciatura di cui gli basta rilevare «la grande affluenza alle urne, segno di sensibilità dei cittadini». Le riforme costituzionali, ammonisce, «vanno sempre concertate. Sulla giustizia serve il confronto. La Carta non è immodificabile, può essere cambiata: ma ci vuole saggezza, cautela».

Stefania Craxi: “Io legata alla famiglia Berlusconi, i nostri padri da lassù se la staranno ridendo”

di Concetto Vecchio

26 Marzo 2026

Un’analisi a tutto campo, come di rito dinanzi al presidente Mattarella, al ministro Nordio, al sottosegretario Mantovano, alla vigilia delle celebrazioni per i 70 anni di attività della Corte (la prima udienza fu il 23 aprile 1956). Dopo aver posto a incipit della sua relazione annuale «il ripudio della guerra» («Si vis pacem, para pacem», ribalta la citazione) e dopo aver ribadito la granitica sostanza di quei «principi “supremi”» della Carta, «che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale», Amoroso non elude alcuna domanda nella tradizionale conferenza.