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23 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 20:47

Non c’è due senza tre. Tre referendum costituzionali confermativi, precisamente uno ogni dieci anni, nel 2006, 2016 e ora 2026: tutti sonoramente bocciati. Il No vince sul Sì in occasione del referendum sulla giustizia spinto dal Governo Meloni nel 2026 e consegna alla storia la terza sconfitta per un referendum costituzionale.

Il primo, in ordine di tempo, risale al 2006: il 25 e 26 giugno i cittadini italiani vennero chiamati a votare per “modifiche alla Parte II della Costituzione“. Le proposte, del governo uscente di centrodestra targato Berlusconi, portavano la firma dei “saggi di Lorenzago“: le maggiori modifiche riguardavano innanzitutto una riduzione del numero di deputati (da 630 a 518) e senatori (da 315 a 252) e una revisione dei compiti e delle differenze di ruolo tra Stato e regioni. La riforma prevedeva anche una riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica a favore del Presidente del Consiglio, così da raggiungere il progetto, sulla lista anche di Giorgia Meloni, del Premierato: ministri nominati o revocati dal Premier, potere di sciogliere le camere e altri fattori che attribuivano maggiore autonomia al Presidente del Consiglio. La riforma proponeva anche la fine del bicameralismo perfetto con una suddivisione dei compiti delle due camere. Il popolo fu chiaro e respinse le proposte con un voto al referendum negativo per il 61,29% e positivo per il 38,71% con un’affluenza al 52,46%. Le uniche regioni in cui prevalse il Sì furono Veneto e Lombardia, proprio come quest’anno. I partiti che si schierarono dalla parte del Sì, uscendo sconfitti, furono Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Unione dei Democratici Cristiani e di Centro. Ma l’esito di quel referendum non sorprese nessuno, perché due mesi prima, nell’aprile 2006, si era aperta una nuova stagione politica con la vittoria del centrosinistra alle elezioni Politiche e l’elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Il governo che aveva approvato la riforma nel 2005 era guidato da Silvio Berlusconi, ma dal 17 maggio 2006, dopo elezioni, il Presidente del Consiglio era diventato Romano Prodi.