Il 23 marzo 2026 coincide con l'inizio del 2027.

Al di là del risultato, la chiusura delle urne per il referendum catapulterà la politica dalla campagna sulla giustizia a quella dell'anno prossimo per le elezioni, quando la posta in gioco sarà il governo.

Giorgia Meloni non lascerà Palazzo Chigi in caso di stop alla riforma: la premier non ha legato le sorti del governo al voto di questi giorni. E anche le opposizioni non le hanno chiesto di dimettersi se prevarranno i "No".

Ma una bocciatura avrebbe inevitabili riflessi sia sulla tenuta della coalizione e sui rapporti interni di maggioranza, sia sulla percezione che gli elettori hanno dell'Esecutivo. Quelli chiamati alle urne domenica (dalle 7 alle 23) e lunedì (fino alle 15) sono poco meno 51 milioni e mezzo (di questi 5 milioni e mezzo all'estero). Comunque vada, nella settimana post urne i due schieramenti dovranno prendere di petto tutti quei temi messi finora di lato per non minare la campagna referendaria.

In maggioranza sarà l'ora dei chiarimenti sui presunti affari del sottosegretario Andrea Delmastro con personaggi legati al clan Senese. E anche dell'avvio della discussione sulla legge elettorale, con l'ipotesi preferenze che sta creando qualche nervosismo. La proposta è depositata in Parlamento: dopo Pasqua, l'iter potrebbe cominciare in commissione Affari costituzionali della Camera. Per le opposizioni il tema sarà quello dei tempi per avviare il tavolo sul programma progressista: il M5s ha in cantiere una fase di ascolto dei simpatizzanti che potrebbe finire in estate. Ma nel Pd, come in Avs, c'è chi ha fretta di cominciare il confronto.