Roma, 22 mar. (askanews) – Il messaggio, sin dall’inizio, non poteva essere più chiaro: le sorti del governo non sono legate all’esito del referendum sulla giustizia che si celebra nelle urne oggi e lunedì. Praticamente dal giorno uno, Giorgia Meloni ha spiegato e ripetuto che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta del sì e ha rigettato così il paragone con il precedente – tirato in ballo continuamente dagli addetti ai lavori – della bocciatura della riforma costituzionale che portò alle dimissioni di Matteo Renzi.
Quasi dieci anni dopo, insomma, la presidente del Consiglio si è ben guardata dal ripetere quello schema, ossia dal trasformare la consultazione – come fece allora il suo predecessore – in un voto pro o contro di sé. Ma ci sono molte ragioni per cui, al di là della narrazione impostata da palazzo Chigi, il referendum rischia di essere inevitabilmente un test per il governo e, soprattutto, per chi lo guida. Con conseguenze sulla stabilità dei prossimi mesi di navigazione difficili da prevedere.
Tanto per cominciare, la riforma che viene sottoposta al giudizio degli italiani è stata approvata nella sua versione definitiva esattamente come uscita dal Consiglio dei ministri, ovvero senza mai subire una modifica o una correzione nei passaggi parlamentari previsti ed è quindi interamente ascrivibile all’esecutivo.











