Roma, 23 mar. (askanews) – Da “sogno”, realizzato postumo, di Silvio Berlusconi a incubo inaspettato di Giorgia Meloni. In cinque mesi la riforma della giustizia, bocciata oggi dal referendum, ha percorso questa incredibile parabola. Una parabola che l’ha vista, a ottobre, “promessa” mantenuta di mille comizi dei tempi in cui Silvio Berlusconi, allora dominus del centrodestra, evocava e invocava la separazione delle carriere (senza portarla a casa), e a marzo pietra d’inciampo, a un anno dalle elezioni politiche, dell’attuale governo di centrodestra. Quello a guida Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia.
In questo giro un po’ rocambolesco si sono mischiate, forse anche al di là delle intenzioni, aspettative di “pegni” e omaggi alla figura e all’esperienza politica e personale di Silvio Berlusconi che, nella campagna referendaria, è comparso e scomparso, a seconda delle circostanze, come padre politico della riforma. Era partita con l’omaggio. Il 30 ottobre la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati così scriveva sui social: “La riforma della giustizia era una promessa agli italiani, un impegno preciso di Forza Italia verso i suoi elettori, un sogno che porta la firma di Silvio Berlusconi. Oggi è realtà”. Parole a cui, nello stesso giorno, seguivano quelle espresse dal vicepremier e segretario azzurro Antonio Tajani con un video entusiasta (“Oggi è una giornata storica, si realizza il sogno di Silvio Berlusconi”) e qualche velleità profetica: “Non sarà certamente una scelta a favore o contro il governo, decideranno i cittadini sulla riforma”, azzardava.














