Tutto cambia, tutto si sta trasformando a un ritmo vorticoso che ci lascia sbalorditi e sconcertati; le nostre “stelle fisse”, i nostri punti di riferimento sono annebbiati o talvolta persino cancellati. Cominciamo dal clima: in questo momento l’Italia e l’Europa sono abbastanza “tranquille” e sembrano vivere la normalità delle piogge di fine marzo. Se però attraversiamo l’Atlantico e andiamo nel Nord-Est degli Stati Uniti, troviamo che in Arizona negli ultimi giorni si sono raggiunti i 43 gradi centigradi di temperatura superando il record precedente che risaliva a una settantina di anni fa. A Los Angeles, nei giorni scorsi, la primavera ha fatto balzare in alto i termometri a ben 37 gradi centigradi, una temperatura decisamente estiva. Il tempo che “salta” la primavera indica squilibri profondi e non è mai una bella cosa.

A balzare in alto non sono solo i termometri ma anche i prezzi degli idrocarburi. La riduzione a poche gocce dei flussi di petrolio e di gas che partono dagli scali del Golfo Persico - ossia a Nord Ovest dello Stretto di Hormuz – ha fatto sì che i prezzi mondiali del greggio siano quasi raddoppiati rispetto dall’inizio dell’anno, segno del timore degli operatori che la situazione di emergenza sia destinata a durare nel tempo. Questa paura devono averla anche i governatori delle banche centrali che, negli ultimi mesi, non hanno proceduto, come molti, invece, si aspettavano, a un abbassamento generalizzato dei tassi di interesse. Se ne deve concludere che questo intreccio di difficoltà non si risolve semplicemente immettendo “denaro fresco”.