È che di castronerie (a questo giro referendario) ne son state dette parecchie. Slogan, frasi a effetto, motti che parlano più alla pancia che alla testa, cartelloni di claim pubblicitari ché definirli politici sarebbe un cortocircuito della logica («No ai pieni poteri», scusate ma in che senso? Anzi, per dirla con un ex magistrato oggi favorevole alla riforma della Giustizia, che c’azzecca?): da qualche mese, hanno accelerato nelle ultime settimane, il fronte mai compatto del “campo largo” ha provato a unirsi nella corsa per il referendum, solo che ha avuto un problema. Dato che la metà dei suoi esponenti fino all’altro ieri era favorevole sia al sorteggio per il Csm sia alla separazione delle carriere, si è trovato a corto di argomentazioni. E quindi ha tirato fuori dal cappello quello che ha potuto. Quando è andata bene si è trattato di sciocchezze, quando è andata peggio di falsità mascherate alla bisogna dal eh-ma-così-torna-il-fascismo oppure chi-vota-No-è-femminista o anche questo-è-un-voto-sul-governo-Meloni.
Ecco no. Ma non no sulla scheda verde nei seggi ancora aperti, no a questa narrazione un po’ furbesca, un po’ faziosa, un po’ ideologica che non aiuta a fare chiarezza e, al contrario, alimenta la disinformazione per chi alle urne ci va in buona fede. È falso che se passa questa modifica costituzionale la nostra democrazia si mette in pericolo: ma come, in Germania, in Spagna, in Portogallo, in Austria, in Svezia (ci fermiamo qui ma potremmo continuare) le carriere della magistratura sono separate, vuol dire che in tutti questi Paesi la tenuta liberale è saltata? È falso che un voto per il Sì è un voto per una magistratura meno autonoma e fagocitata dall’ingerenza della politica: semmai è vero l’esatto contrario, l’articolo 104 della nostra carta fondamentale (quello che garantisce la magistratura come «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere») non viene toccato dalla riforma, viene solo rafforzato dall’aggiunta «ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e di quella requirente»).










