Ricorrere al “Piano di rinascita democratica” della P2 per screditare la riforma della giustizia è un grande classico della propaganda. La novità è che il fronte del No, quando manca meno di un mese al voto, ha alzato il tiro: se vincessero i Sì, non solo il Piano caro a Licio Gelli diventerebbe realtà – come ha ripetuto, tra gli altri, anche Giuseppe Conte, leader del M5S – ma ci sarebbe una conseguenza ben più grave. «Se dovesse capitare una nuova strage di Bologna pensate che si possa arrivare a una verità con la nuova legge? Nessun giudice avrebbe la forza di arrivarci, glielo impedirebbero», ha tuonato Paolo Bolognesi, già presidente dell’Associazione nazionale dei familiari delle vittime e ora, dopo un passato in Parlamento tra i banchi del Pd, alla guida del “comitato della società civile” di Bologna per il No al referendum del 22 e 23 marzo.
E poi, ha aggiunto, una volta incassata la separazione delle carriere «la seconda mossa sarà fare il premierato, per arrivare alla repubblica presidenziale. Era questo il Piano di rinascita democratica». In pratica i Sì sarebbero l’anticamera della “svolta autoritaria” paventata negli anni Settanta. Più l’apertura delle urne si avvicina, più gli allarmi sulle conseguenze assumono toni apocalittici. Intervistato da Fanpage, Gherardo Colombo, ex componente del pool “mani pulite”, ha risposto per le rime ad Antonio Di Pietro, schierato per il Sì: «Ha lasciato Mani pulite a dicembre 1994. Noi siamo andati avanti (...)». Con la riforma Nordio in vigore durante Tangentopoli, ha detto Colombo, la soluzione ai procedimenti disciplinari cui è stato sottoposto e poi assolto (cinque) «sarebbe stata diversa». Sottinteso: e Tangentopoli non avrebbe mai visto il traguardo.









